Il gioco dei sogni

Chi ha avuto la formidabile pazienza di seguirmi nel tempo ha già letto questa filastrocca. È il pezzo a cui torno più spesso, durante la cui stesura ho pianto più di quanto abbia mai pianto scrivendo e anche ora, nell’aggiungere qualche breve paragrafo, sento pizzicare gli occhi.

La caratteristica migliore della scrittura, per me, è il potere di liberare dal peso di nostalgie e mancanze incolmabili, a volte creando personaggi che producano la voce di cui sentiamo un pressante bisogno, altre volte custodendo un passato che si ha paura di dimenticare ma che è troppo doloroso e vivido per essere ripercorso, riuscendone intatti.

Attraverso qualche curioso meccanismo simbolico, per me il condividerlo equivale a mantenere presente nel mondo una parte di vita conclusa, sepolta, come appartenente a un’altra dimensione, eppure così terribilmente determinante per tutto quanto è seguito da rendere necessario celebrarne l’importanza. L’unico rimpianto è che non esiste una rielaborazione capace di trasformare in qualcosa di diverso la morte.

[Il Gioco dei Sogni]

Capita in sogno d’incontrare persone
che sono perdute fuor d’immaginazione
sembrano vere se le stringi o le mordi
i sogni sono il trucco per barare dei ricordi.

Riesisti e mi chiedi “Che gioco facciamo?”
“A me non importa, intanto giochiamo”
e tu con una mossa magica, ad arte
estrai dal nulla un mazzo di carte.

Cala la carta e c’è un prato innevato
lo riconosco: ci abbiam camminato
tu mi tenevi gigante per mano
io ti sfuggivo senza andare lontano.

Cadono fiocchi di acqua ghiacciata
“Dammi un bicchiere con l’aranciata
vorrei una granita come d’estate”
ridi e mi scaldi le dita gelate;
svanisce la scena, la mano è finita
so che niente è vero perché mi è riuscita.

Cala la carta e profuma di pane
la nonna ci mette prosciutto o salame
“Ci vuoi provare? È la tua giocata”
“Sì ma non pane: voglio far la crostata!”
Aggiungo impegno e qualche preghiera perché non incrini alcuna dentiera

la teglia scompare, il forno si è spento
il dolce è pronto e non è di cemento.
So che è per finta ma sembra la stessa
però qui nel sogno la dose l’ho messa.

Cala la carta ed è un giorno festoso
la domenica andrebbe dedicata al riposo
invece si corre, con gran strepitare
“Muoviamoci, su! Sta per iniziare!”

Le donne davanti e io te dietro in coda
sul pulpito un prete che parla e che loda.
La prece finisce e la chiesa è lontano
tana di un gobbo che fa il sagrestano

per finta la messa è durata un momento
e non s’è sprecato tutto quel tempo.

Cala la carta: disinfettante arancione
del colore che hanno le divise in prigione
nei programmi TV che mi sono vietati
ma oggi è concesso perché siamo inventati.

Ritorni di corsa dall’ospedale,
stavolta ne esci e non è reale.
Ritorni alla vita senza alcun imprevisto
verso degli anni che non hai mai visto.

Tutto sommato son felice lo stesso:
quello che conta per finta è l’adesso.

Cala la carta, il gioco è finito
mi guardi più stanco, quasi assopito
chiedo se ti sei divertito anche tu
ma chiudi il mazzo e non ci sei più.

Torno in un lampo la bimba impacciata
in piedi in cucina quando mi hai salutata
hai detto “A presto” dopo l’ultimo bacio
la sola bugia che mi hai raccontato.

Passano gli anni e ti penso anche adesso
torna a trovarmi per favore più spesso.

I sogni sono il modo per barare dei ricordi
se non ci pensi troppo, nemmeno te ne accorgi.

12 pensieri su “Il gioco dei sogni

      1. Ok, allora le cito questa, saltata fuori dalla Settimana Enigmistica.

        Il sogno è il tentato appagamento di un desiderio.

        Non è mia, è attribuita a Freud. Così le piace di più?

        Piace a 1 persona

        1. Sa che Freud, comprendendo la necessità di conoscere il substrato biologico del cervello e riconoscendone l’impossibilità, con gli strumenti dell’epoca, ammetteva che ogni sua teoria era passibile di smentita da parte dell’avvento tecnologico?
          (“L’età dell’inconscio”, libro brillante di quella faccia simpatica da Nobel di Eric Candel, cerchi la sua foto su Google: ispira allegria!)

          Quindi non sono d’accordissimo con questa affermazione, però mi piace come suona!

          "Mi piace"

        2. È successo di nuovo. Guardando la Settimana Enigmistica ho pensato di nuovo a lei. Una vignetta, stavolta. Due aspettano l’autobus alla fermata e uno fa all’altro: “Sta arrivando il 96”. E, in lontananza, si vede arrivare un grosso 96. Ho riso per trenta secondi buoni e mi é tornata in mente Camilla.

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          1. Lei non ci crederà, ma ne ho trovata un’altra! È di un tal E. Roncati.

            All’artista si chiedono sogni, non ragionamenti.

            Lei si sente un’artista? Io no.

            Piace a 1 persona

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