La sfortuna di Camilla (1)

Da un po’ di tempo, Camilla viveva in uno stato d’inquietudine costante. Nessuno lo avrebbe immaginato, incrociando quella ragazza come tante, mentre camminava a passo svelto per la strada con l’aria di chi sa perfettamente dove sta andando e come arrivarci. Eppure, a dispetto dell’abbigliamento preciso, dei modi decisi e del delicato trucco curatissimo, ogni mattino riemergeva dal sonno per tuffarsi in una veglia che le causava, dal primo istante, la netta sensazione di stare per annegare.

“Buongiorno Camilla!” la salutava l’autista alla fermata da cui tutti i giorni saliva sul tram.

“Buongiorno!” rispondeva sicura, mentre prendeva posto sul vistoso mezzo elettrico, silenzioso come una serpe nel suo ciclico strisciare tra le cortecce di stucco del centro città.

“Camilla, buondì!” l’anticipava l’impiegato della reception.

“Grazie, anche a te” ricambiava la giovane donna, all’apparenza grata e gioiosa, solcando l’ingresso.

“‘Giorno” mormoravano sommessi i colleghi, già meno irritanti. Che fossero i soli a capire che nulla di buono li avrebbe attesi anche quel giorno però, non le era di alcuna consolazione. Di certo non avevano idea di cosa lei stesse passando: niente e nessuno poteva aiutarla.

Era quasi un anno che andava avanti così; prima, tutto era scorso normalmente. Di mattina apriva gli occhi puntandoli automaticamente sull’aspetto del cielo, per verificare cosa fosse il caso d’indossare quel giorno tra la vasta scelta di combinazioni che riponeva, già composte, su robuste grucce nel suo guardaroba.

Finita la colazione salutare (pane integrale, composta di frutta al naturale, caffè d’orzo appena zuccherato e rare varianti) si avviava a piedi nel punto in cui avrebbe atteso il 3C.

All’arrivo del mezzo sceglieva con calma il posto a sedere tra i molti sedili ancora sgombri, compiacendosi della saggia decisione di prediligere una vettura non inquinante, né per l’ambiente né per l’udito, poi si accomodava dedicando i venticinque minuti successivi alla lettura di qualunque cosa la intrattenesse e – allo stesso tempo – potesse conferirle un’aria da intellettuale che sapeva di non meritare completamente.

Giunta al lavoro salutava con premura, artificiale ma convincente, il piccolo numero di colleghi già chini sulle postazioni antistanti il suo piccolo ufficio curato, per poi accomodarsi e iniziare a svolgere le sue mansioni, premurandosi di apparire sempre più eroica e indaffarata di quanto non fosse.

Poi, un giorno qualunque di dodici mesi fa, qualcosa era cambiato.

Quel giorno le toccava una delle visite di controllo, che si preoccupava di cadenzare abbastanza regolarmente per poter esibire una grande coscienziosità, in termini di salute e prevenzione. Non che pensasse sul serio di averne bisogno. Le piaceva soprattutto il poter, durante le brevi pause caffè in cui interrompeva il suo febbrile (o presunto tale) lavorio, dichiarare annoiata di esservisi recata, suscitando risposte ammirate di grande approvazione.

“Come sei brava Camilla, così attenta” si stupiva la collega meno sveglia.

“La prevenzione è importantissima, per fortuna ce lo ricordi”, si lasciava incensare dalla saccente del piano.

Ancora meglio quando alla macchinetta incontrava le colleghe affaticate, disfatte e private del sonno dalla giovane prole urlante, che si mordevano le labbra contando mentalmente il numero di controlli che avevano scordato. In quei casi, Camilla si dilettava nell’assumere un’espressione contrita, fintamente solidale, producendosi in un appassionato: “Lo so che hai sempre tanto da fare, però sai… è fondamentale essere attente: in caso di problemi la diagnosi precoce è tutto…”. Così tracciava la pennellata finale di un quadro in cui lei interpretava la saggia Compassione e alla malcapitata di turno non rimaneva che la maschera del senso di colpa, decorato d’angoscia.

Alla visita di controllo Camilla si era presentata impeccabile e annoiata, convinta di non dover far altro che sbrigare rapidamente l’ennesima formalità.

Invece, già all’ingresso dello studio, si era trovata a storcere il piccolo naso: dalla porta aperta sulla saletta d’aspetto non s’intravvedeva il suo solito dottore ma una donna mai vista, la quale – alzato lo sguardo proprio mentre la squadrava da lontano – aveva occhieggiato Camilla con fare per nulla adorante, aspetto preferito del medico a cui era abituata.

Nella miglior posa di ingenua esitante si era avvicinata, domandando cortesemente se non ci fosse il collega.

“Signorina, lo studio è tutto qui. Pensa forse che lo tenga nascosto in bagno?” le aveva risposto la dottoressa, stupita. “Non ha letto il cartello sulla porta? Lo sostituisco per il mese”.

Non lo aveva letto. Se c’era una cosa che Camilla detestava era il sentirsi ripresa per essersi persa una banalità. Chiaramente, senza darlo mai a vedere.

Di malavoglia si era dunque sottoposta al solito controllo, privo di ogni traccia di lusinga. Questa dottoressa era molto asciutta nei modi e scrupolosa, ma non le concedeva alcuno degli apprezzamenti paterni a cui era piacevolmente abituata. Distratta da questi pensieri, Camilla non si era accorta dell’indugiare dell’altra sul margine esterno del suo seno di destra. Solo l’impressione che qualcuno giocasse a biglie dentro il suo corpo, accompagnata a un mugugno, l’aveva richiamata al presente.

“Mh…”

“Scusi cos’ha detto…?!” aveva domandato, allarmantissima.

“Ho detto ‘mh’, non vorrei farla preoccupare inutilmente, quindi per cortesia mi ascolti attentamente”

Camilla sentiva l’aria mancarle, non potendo dire lo stesso per il pavimento, che le sue scarpine a penzoloni non potevano toccare, “Cos’ho?!”

“Non posso esserne sicura, c’è una piccola… formazione. Anche se non posso esserne certa, il fatto che sia così superficiale mi fa pensare che questa pallina…”

[continua qui]

11 pensieri su “La sfortuna di Camilla (1)

    1. Beh ma prova, perché non giusta?
      Non so esattamente come usi tu il blog ma mi pare sia un “diario”, o sbaglio?

      Comunque mi sono iscritta wattpad per curiosità, puoi provare anche lì!

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      1. Ma che dice?! La sfortuna del titolo non promette niente di buono!

        Sia chiaro che scherzavo, sopra. E la paranoia dipende dal fatto che l’appuntamento me l’hanno fissato più di un anno e mezzo fa e coincide con il primo anniversario del funerale di mio padre, manco a farci apposta. Ora ci si mette pure lei, uff …

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          1. Vabbè, esprimerò un parere incondizionato. Però posso già anticiparle che ‘sta Camilla mi sembra un po’ troppo perfettina. La sgualcisca un po’. Che so, un bel buco nelle calze, una frittella sulla camicia di seta, il mascara colato, le scarpe inzaccherate, veda lei.

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          2. Ma no, perché? Uff, spero di non entrarci niente e di non averle spento una nuova vena espressiva. Mi spiacerebbe assai.

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